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Arrivare alla soglia dei sessant'anni è un esercizio di contabilità creativa: un bilancio d’uopo tra troppi errori e pochissime vittorie. Il tempo ha deciso di correre come un centometrista dopato e tutto assume un’altra visione. Ma in mezzo a questo caos di conti che non tornano, una certezza resta in piedi: la mia vita è stata una colonna sonora.
Tutto è iniziato con un risveglio che sapeva di incenso e rassegnazione. Alle 07:30 il campanile chiamava a raccolta i fedeli per la messa. Mezz’ora dopo, mentre il mondo si inginocchiava, io cercavo rifugio sotto le coperte ascoltando canti alpini alla radio. Erano mattine nebbiose d'inverno o domeniche frizzanti di maggio, quelle che profumavano già di vacanze.
La musica era ovunque. Era nelle mattine di malattia, quando "Lettere a Luciano" su Radio Capodistria echeggiava tra le stanze mentre mia madre accompagnava le faccende a ritmo di radio. Era nella bottega di mio nonno calzolaio: odore di cuoio e le onde medie della RAI sintonizzate su Alto Gradimento. Arbore, Boncompagni, Bracardi e Marenco urlavano nell'etere, inventando la TV di domani, mentre io imparavo il ritmo della vita tra un tacco e una suola.
A otto anni ero già un collezionista visionario: accumulavo 45 giri che non potevo nemmeno ascoltare. In casa avevamo una TV a valvole con un trasformatore pesante accanto alla "radio buona" e un vecchio mangiadischi a pile che rantolava gli ultimi respiri. Il paradiso, invece, era il salotto del vicino: un impianto Hi-Fi da urlo e il rito della Hit Parade il sabato pomeriggio.
Poi è esplosa l’adolescenza. I video dei Toto o dei Chicago su Deejay Television subito dopo il liceo. E d’estate? Il mitico jukebox in piscina con Vasco e gli Alphaville. Sognavo i palchi, sognavo di essere Maurizio Solieri. La realtà, però, era una nota stonata: un flauto dolce alle elementari, una chitarra abbandonata per scarsi risultati e un’armonica a bocca suonata in età avanzata con effetti a dir poco pessimi. La musica la amo, ma lei mi ha sempre tenuto a distanza di sicurezza.
Oggi quel nastro continua a girare tra Spandau Ballet, U2, Pink Floyd e De André. Ma a sessant’anni la musica ti tende delle imboscate emotive. Certe canzoni, le stesse che mi caricavano a vent'anni, oggi mi giocano sporco. Mi ritrovo a sorridere per un vecchio ritornello, ma un attimo dopo arriva quella nota dei Pink Floyd, quel "Goodbye Blue Sky" che ti scava dentro, e le lacrime scendono senza chiedere il permesso.
È il grande potere della musica: immortalare avvenimenti e stati d'animo. Per questo aborro chi non ha cultura musicale o chi la vieta al lavoro perché "distrae". Se la musica ti distrae, è perché non hai niente da dire. Io la vivo, loro la indossano. E mentre il cielo azzurro di allora sfuma nel tramonto di oggi, io alzo il volume.
Goodbye, blue sky. Anzi, no. Ci vediamo alla prossima traccia.